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Storia della Rugby Roma


AUGURI RUGBY ROMA: DA OTTANTA ANNI IN MISCHIA PER LA GLORIA DEL NOME

AUGURI RUGBY ROMA: DA OTTANTA ANNI IN MISCHIA PER LA GLORIA DEL NOME - RUGBYaROMA

La Rugby Roma nasce il 21 ottobre 1930 nell’accogliente casa, in via di Villa Torlonia n.10, dell’ambasciatore Adolfo Vinci. I suoi quattro figli Eugenio, Paolo, Piero e Francesco con alcuni amici (Giorgio Riganti, Franco Chiaserotti, Armando Nisti, Bruno Romei, Aldo Rusticali, Carlo Raffo, Ernesto Nathan e il padre Goffredo, Giuseppe Bigi e il padre Tullio, Romolo Marcellini), dopo qualche deludente esperienza iniziale con altre squadre decidono di mettersi in proprio. Suggellano l’accordo su un semplice foglio scritto a mano, versando dieci lire a testa.
Con un capitale di 150 lire, un simbolo con una erre nera su campo bianco e una erre bianca su campo nero che in seguito sarà accompagnato dal motto “Per la gloria del nome”, non solo si costituisce una squadra simbolo del rugby nazionale ma prende il via anche una grande avventura di sport che per ottanta anni coinvolgerà la migliore gioventù di Roma con robusti e fondamentali innesti da ogni parte dell’ovale mondiale.
Cinque volte campione d’Italia, la Rugby Roma proprio sul finire dello scorso Millennio, con lo scudetto conquistato al Flaminio superando L’Aquila, ha rinverdito le glorie dei padri nobili bianconeri – i colori così poco romani non potevano che venire da fuori: dall’Argentina, per l’esattezza perché il bianco e il nero a strisce orizzontali erano sulle maglie del San Isidro, il club da cui proveniva Giuseppe Bigi, uno dei primi mediani di mischia. Gli inizi, però, non sono stati facili.
Negli anni Trenta, infatti, si canticchiava : “Rugby Roma ‘ndove vai se la grinta non ce l’hai. A Milano i meneghini ti faranno a pezzettini”. Questa maligna strofetta, che fotografava bene la situazione nel campionato di serie A, verrà smentita solo nel 1935 e nel 1937: due scudetti che appena scalfiscono il dominio dell’Amatori Milano, la Juventus del rugby. Ma come facevi a competere  con la squadra del presidente Cicogna, potente gerarca alla guida della Confindustria, in grado di fornire posti di lavoro ai migliori giocatori italiani: quello milanese era un complesso molto affiatato e solido, in una parola, imbattibile.
La Rugby Roma degli anni a cavallo tra i Quaranta e i Cinquanta è stata la più bella squadra che abbia mai avuto Roma in tutti i campi dello sport. L’ha scritto Sergio Valentini tempo fa e mi pare la più vera e felice sintesi di una stagione che un gruppo di amici hanno vissuto nell’immediato dopoguerra praticando uno sport che esalta lo spirito di aggregazione, la fantasia, la scapigliatura.
Memorie forse di sapore patetico ma molto care perché legate a momenti ed amici indimenticabili. Uomini che ho conosciuto ed amato e che hanno avuto un ruolo importante nella storia del rugby italiano con altri due titoli assoluti vinti nel 1948 e nel 1949.

 

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GLI SCUDETTI DEL 1935 E DEL 1937


 

Ma ritorniamo ai primordi. Non c’era molta scelta per i terreni di gioco e la Rugby Roma inizia l’attività in periferia, al Motovelodromo Appio in un clima di semiclandestinità. Il sodalizio, però, continua ad avere un timbro elitario, attira una generazione vogliosa dell’avanguardia, del nuovo. L’ispirazione è vagamente di tipo”vittoriano” frutto di una cultura di cui gran parte dei giocatori si erano nutriti nella loro formazione. I primi allenamenti sono diretti da Goffredo Nathan che ostenta la sua chiara origine oxfordiana e il debutto ufficiale, nel torneo federale di Propaganda 1930/1931 del 14 dicembre 1930 che finirà con il successo dell’Amatori Milano, con vittoria 15-0 sul Guf Napoli, avviene all’Aeroporto del Littorio sulla via Salaria, vicino, quindi, a quell’Acqua Acetosa che, fino agli anni Settanta e alla scelta di confinarsi alle Tre Fontane, sarà la casa dei bianconeri e del rugby romano in generale. Il campo dell’Acqua Acetosa si chiamava “Campo Juventus”, ospitava il calcio e faceva parte del terreno in cui l’ing. Ernesto Marcotulli aveva sistemato il cantiere della sua impresa. Ne era guardiano un certo Giovanni Perrini che assieme alla moglie Candida saranno poi i burberi ma benevolenti “genitori” di intere generazioni di rugbisti.
Travolto dalla contagiosa vitalità dei bianconeri l’ing. Marcotulli prese ad amare il rugby, al punto di succedere al barone Riccardo Melodia nella presidenza della Rugby Roma conservando con grandi meriti la carica sino al 1937. Arrivano, frattanto, i primi impegni internazionali: a Roma, allo Stadio Nazionale, il 19 marzo 1932 i romani perdono 27-5 contro la Flotta inglese del Mediterraneo e all’estero a Grenoble il 1 novembre 1934 c’è la sconfitta per 15-4 contro il Comitè des Alpes.
Nel frattempo giunge a Roma Pierre Thèron diplomatico presso l’Ambasciata del Sud Africa. Sotto la sua esperta guida tecnica la squadra, con un gioco basato sull’attacco portato dai trequarti, acquista una caratteristica impronta tecnica che desta ammirazione e diventa inconfondibile matrice del rugby bianconero. I due scudetti degli anni Trenta vedono tra gli artefici - oltre ai “quattro moschettieri Vinci” in particolare Piero, capitano nel 1934/1935 e Francesco capitano nel 1936/1937 - Carlo Raffo e “Umbertone”Silvestri; che saranno gli unici bianconeri (conquistando poi anche i titoli del '48 e del '49) quattro volte campioni d’Italia, Paciucci, De Angelis, Querini, Zoffoli, Fagiolo, D’Alessio, ”Provolone” Marchesi.
La conquista del secondo scudetto e la popolarità di cui gode la squadra bianconera inducono i dirigenti della A.S.Roma a proporre la fusione che l’allora presidente Marcotulli accetta. I campioni del rugby entrano nella sfera calcistica e bagnano il titolo tricolore giocando al Campo Testaccio in giallorosso con il nome di A.S.Roma Rugby contro il fortissimo Grenoble pareggiando 5-5.
L’esperienza che si volle tentare all’ombra del più popolare sodalizio romano di calcio non fu certamente felice e significò la chiusura di un ciclo irripetibile e la fine di una leggenda. Sconvolse anzi così profondamente la vita della società da rendere necessario, più tardi, il drastico intervento della sua rifondazione.
                            
                         LA RUGBY ROMA
DELLA GUERRA

 Nell’agosto 1940 al Dopolavoro dell’Italcable un gruppo di irriducibili bianconeri tra cui  Mimmo Arrivabene, che sarà presidente, Peppe Giuliani, Querini, Carlo Raffo, Paciucci, Mario Fagiolo, Alberto Marchesi, riportano in vita la società chiamandola Amatori Rugby Roma con sede al n.97 di via dell’Ara Massima di Ercole. Si riaffaccia, però, in modo dimesso e la “rosa” per ripartire, a parte i vecchi “rifondatori” cui si aggiunse Carletto D’Alessio, era giovanissima (Bruno Zampieri, Armando Ceccotti tra gli altri). I suoi migliori giocatori si erano allontanati e militavano nelle file delle numerose altre società romane di rugby sorte in quel periodo, avviando quel triste fenomeno di dispersione delle migliore forze che è stato per lungo tempo costante negativa del rugby romano. Inevitabile la retrocessione in B nella stagione 1940/1941 in cui tutto era andato storto. Nel 1941/1942 la Rugby Roma, dopo aver battuto nell’andata dello spareggio per risalire in A il Guf Pavia, non si presenta in Lombardia per il ritorno a causa, si dice, di problemi finanziari.
Il 5 ottobre 1942 i pochi dirigenti bianconeri rimasti decidono la fusione dell’Amatori Rugby Roma con il Dopolavoro del Governatorato . Poi il primo conflitto mondiale comincia ad investire l’Italia nel nord e nel sud e lo sport italiano chiude i battenti.


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NEL DOPOGUERRA SI FORMA LA PIU' BELLA SQUADRA CHE ROMA ABBIA MAI AVUTO

Nell’inverno del 1943 l’Acqua Acetosa ricomincia a popolarsi. Dapprima accoglie una balda pattuglia di canottieri conquistati al rugby dalle esperienze a cui li spinge lo stravagante entusiasmo di Renzo Matteucci, nei deserti “polverini” lungo il fiume. Con le loro barche partivano dal Circolo Aniene e giungevano al campo risalendo in barca il Tevere. Con Matteucci arriva un ragazzo che farà molta strada: Piero Marini, già segnalatosi nel Guf Roma. Da giocatore, allenatore, dirigente “zio Piero” segnerà quasi quaranta anni di storia bianconera.
Poi le file si infoltiscono e Mario Foschi, che dirige assieme a Francesco Vinci gli allenamenti, si ritrova in mano una squadra prima ancora di una società che deve ancora riprendersi dall’esperienza con il mondo del calcio. Riprendono a giocare i Vinci, che presteranno le loro maglie azzurre per disputare le prime partitelle, assieme a tutti i superstiti bianconeri (Busnengo, D’Alessio, Silvestri, Foschi, Zampieri,  Lais, Querini, Paciucci, i fratelli Bergamini, Altissimi, Scialoja, Ceccotti e tanti altri). Il presidente Bruno Bizzarri, che ospiterà nella sua abitazione di via XX settembre la sede sociale, viene affiancato da Raffo, Fagiolo e Paolo Vinci come dirigenti . 
L’Acqua Acetosa, l’unico campo della Capitale esclusivamente dedicato al rugby, continua ad essere uno scenario un po’ desolato, immerso in una vasta campagna adibita al pascolo di pecore che spesso invadono il terreno di gioco lasciando depositi qua e là.
C’è anche una tribunetta coperta, in legno, che offre scarso affidamento, gli spogliatoi sono angusti, percorsi da refoli di vento, la doccia talvolta è calda. Ma è pur sempre, in quel periodo difficile, il ritrovo di una gioventù che vuole cancellare incubi e privazioni della guerra, che si rituffa nella vita, che guarda al futuro tutto da costruire in un clima di speranza.
Il rugby con i suoi valori inossidabili cerca, in uno sport italiano che è allo stremo, di ripartire senza piangersi troppo addosso. Roma è occupata dai vincitori e la presenza di britannici, neozelandesi, australiani e sudafricani consente al rugby romano contatti che ne favoriscono la crescita.
L’Acqua Acetosa diventa così un palcoscenico internazionale: due,tre volte la settimana ospita incontri di cartello fra formazioni militari e i bianconeri e la Federazione fa recintare il campo mentre gli alleati, per ospitare gli spettatori dispongono tutto intorno dei mezzi da trasporto come occasionali tribune. L’evento più importante fu la visita della favolosa “viaggiante sudafricana”, una squadra prestigiosa allestita dal Comando alleato per distrarre le truppe in fase di riposo. Finì 27-3 per i sudafricani e l’unica meta dei romani venne marcata da Sergio Barilari, un colosso senza paura che diventerà uno dei più grandi giocatori italiani, con alcuni anni di esperienza poi anche a Vienne in Francia, e uno dei pochi rugbisti di casa nostra riusciti a farsi valere, in quel periodo, anche nel terribile campionato francese. Frattanto da una costola della Rugby Roma si staccarono Paciucci, Tartaglini, Bergamini II, Bonora, De Fazi che assieme ad un gruppo proveniente dalla Goliardica (Rosi, Cherubini, Zaccaria) fondarono l’Olimpic ’44, che per un biennio divenne la vera antagonista dei bianconeri.
Nella primavera del 1945 ritornò a Roma dal fronte adriatico Piermarcello “Buby” Farinelli, che aveva giocato nel Guf Roma e brevemente, nel periodo bellico,nella stessa Rugby Roma ma, richiamato in  prima linea quale ufficiale medico, aveva dovuto salutare i compagni. Sarà il leader e una guida insostituibile per la grande Roma del dopoguerra.
Il campionato 1945/1946, il primo del secondo dopoguerra vede al posto del dimissionario Bizzarri l’elezione come presidente dell’industriale Iginio Ramazzotti con la sede che si sposta in via Musa 2/a dalle parti di viale Regina Margherita. La squadra si rinforza con Arturo Costa, Ivo Bitetti, Fausto Paletta, Piero Gabrielli e Sergio Barilari, che torna a casa dopo una breve esperienza nell’Olimpic. Il campionato, però lo vince ancora l’Amatori Milano e sarà il suo scudetto n.14 l’ultimo della valanga bianca.

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CAMPIONI D’ITALIA 1948 E 1949

Sta per arrivare il grande momento della Rugby Roma!  E questa volta sulla scia di una fusione fredda e pienamente digeribile, perché chiudendosi la breve stagione dell’Olimpic’44, i biancoverdi migliori si vestirono, senza colpo ferire, di bianconero.
Per qualcuno (Rosi e Tartaglini ) un gradito ritorno. Per altri (Cherubini, Lais, Bove, Cambise, Zaccaria, Perrone, Pitorri) la collocazione ideale per maturare e divenire punti di forza dello squadrone ormai in embrione. Ma i frutti tardavano ad arrivare ed anche nel torneo 1946/1947 il titolo non arrivò nella Capitale. Lo vinse la Ginnastica Torino e i bianconeri sfruttarono l’esclusione dal girone finale per confrontarsi con un rugby all’avanguardia come quello francese: prima a Parigi e Pontarlier, poi ospitando a Roma Auch, Chambery e Pontarlier per la rivincita. La tournèe in Francia, soprattutto, con il suo bagaglio di esperienze e il fortissimo spirito di gruppo che sviluppò sarà senza dubbio alla radice dei successi oramai in arrivo.
La prima parte della stagione 1947/48  sembrava eguale alle precedenti: alla fine del girone di andata la Rugby Roma inseguiva l’eterna lepre Amatori Milano dopo averla strapazzata nell’incontro diretto. Ci sono ottanta giorni di sosta e i romani ne spendono una ventina tra Francia e Spagna con risultati discreti ma con un’esperienza entusiasmante che porta il frutto di una rinsaldata coesione. Il campionato riprende a fine febbraio e d’incanto la marcia diventa trionfale. Di vittoria in vittoria si arrivò alla partita della verità di Milano e la Rugby Roma, dopo undici anni da quel lontano 1937, ritorna a vincere lo scudetto: il terzo, con il poker di titoli che è dietro l’angolo. Allenatore è Francesco Vinci, capitano Buby Farinelli, presidente Mimmo Arrivabene, sempre presenti Luciano Bove e Paolo Rosi.
Per festeggiare lo scudetto si ospita a Roma la celebre squadra dell’Università di Oxford per il primo contatto con il rugby inglese. I “blues” vincono di misura(13-8) ma spadroneggeranno in tutte le altre partite giocate in Italia. Il solito precampionato in Francia, per affrontare al meglio le sfide che sarebbero arrivate da ogni parte ai campioni bianconeri, non era andato bene e già qualcuno rimpiangeva le partenze di Barilari e Picardi Lo stesso esito del girone di andata 1948/49 non fu confortante con una Rugby Roma addirittura quarta dietro Amatori Milano, Parma e Ginnastica Torino. La squadra, però, era molto buona con avanti potenti potenti ma mobili come Rodolfo Giuliani, Giorgio Martini, Giulio Cherubini, Piero Gabrielli e trequarti, la famosa linea delle meraviglie, spettacolari, ispirati da Piero Marini con le invenzioni di Paolo Rosi e le stoccate di Enrico Rossini, vero “terminator” ante litteram.
Il letargo invernale porta il cambio, l’ennesimo, di presidenza con Renzo Nostini che prende il posto di Mimmo Arrivabene e con Lamberto Puecher nuovo direttore sportivo, in pratica l’uomo guida della Rugby Roma. La sede viene portata ( anche questa diviene una costante della vita societaria al punto che un “senatore” bianconero se ne uscì:“…ma che ce state a fa fa er giro delle sette chiese!) in via Milano 53, nei pressi di Via Nazionale, dove rimase per dieci anni prima di spostarsi ancora, nel 1958 in Via Toscana, vicino a Via Veneto nello studio di Italo Lo Cascio.
Francesco Vinci come nocchiero e Buby Farinelli come capo ciurma continuano ad essere i punti di riferimento di quella stagione che sarà poi trionfale. Nel girone di ritorno, infatti, i romani suonano tutt’altra musica: pareggiano a Rovigo, vincono a Torino e in casa con Amatori Milano e Parma. Spareggio a tre, quindi, per lo scudetto con Paolo Rosi che, alla vigilia, sale sull’Aventino perché la Dirigenza romana non gli vuol concedere il nullaosta per trasferirsi a Napoli. Sembra un colpo mortale ma all’improvviso si materializza all’Acqua Acetosa un inglesino, Johnny Redfern, che viene catapultato subito in campo per giocare contro il Rovigo: vittoria romana per 9-3 con mete di Pitorri, Rossini e Gabrielli. L’apoteosi, poi, a Parma con mete di Redfern, uomo della Provvidenza o ennesima…diavoleria di Lamberto Puecher, e Rossini di prepotenza in angolo per il 6-3 finale. Lo scudetto, il quarto della storia, rimane cucito sulle maglie della Rugby Roma, la più bella squadra che Roma abbia mai avuto.
Negli anni che seguono lo scudetto, “quer pezzetto tanto bello de bandiera” come cantava Umbertone Silvestri, emigra su altre maglie. Ma il prestigio e la fama della Rugby Roma rimangono integri grazie alla tecnica solida e spettacolare del suo gioco (scrivevano i giornali:”Zitti tutti: gioca la Rugby Roma!”) e ad alcuni suoi exploit rimasti storici nel rugby italiano. Il più famoso dei quali vide la presenza contemporanea di 10 bianconeri (Giuliani, Riccioni, Dari, Grasselli, Cherubini, Gabrielli I, Rossini, Tartaglini, Farinelli, Marini e Perrone) che diventano 11 calcolando Paolo Rosi, in quel momento all’Aquila via Napoli, nella formazione dell’Italia che il 6 maggio 1951 a Roma superò la Spagna per 12-0.
Nel periodo natalizio del 1951, ideata dall’inesauribile Mauro Lais (poi fattivo e geniale presidente federale dal 1954 al 1959), sostenuta dal presidente Nostini, organizzata e diretta da Lamberto Puecher, viene intrapresa la prima tournèe di un club italiano in terra britannica.
Primo match a Dublino il 22 dicembre contro l’Old Belvedere, uno dei più blasonati sodalizi irlandesi, perso 9-5. Poi a Limerick , nel giorno di Santo Stefano, contro una selezione del Sud dell’Irlanda: nuova sconfitta, questa volta per 11-9. Conclusione strepitosa a Londra, il 29 dicembre, contro il London Irish, forte di tre internazionali, con la storica prima vittoria (11-3) del rugby italiano in Gran Bretagna. Appendice di tournèe poi a Parigi con uno stretto pareggio con il Metrò, squadra di Division Fedérale.
Con le splendide partite in Irlanda, la vittoria a Londra e il pari a Parigi, i bianconeri fecero toccare alla Rugby Roma il massimo dello splendore tecnico ma inesorabilmente da quel momento si imboccò la discesa, in un certo senso inarrestabile, che la porterà a chiudere il secondo ciclo della sua vita.

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IL DECLINO DEGLI ANNI CINQUANTA

Declino che paradossalmente comincia dal campionato 1949/1950, cioè quello con il quarto scudetto sulle maglie!, con un terzo posto diviso con il Rovigo dietro ai campioni del Parma e all’Amatori Roma. Paolo Rosi si era trasferito a Napoli e si affacciavano in prima squadra Romano Gabrielli, Dari e Grasselli in un torneo luci e ombre con la vittoria a Roma sui parmensi e due 0-0 esterni a Rovigo e a casa dei futuri campioni ma anche sconfitte a Genova, Napoli, Torino, Milano: insomma un cammino non da Rugby Roma.
Titolo buttato via nel 1950/1951: la squadra, allenata da Buby Farinelli che aveva preso il posto di Francesco Vinci, per cinque anni al timone dei bianconeri, e sempre senza Paolo Rosi che arriverà solo a fine stagione, chiude in testa l’andata ma il generale inverno tarpa le ali alla linea arretrata. E così dopo qualche punto di troppo lasciato per strada i romani inspiegabilmente si demotivano e arrivano solo secondi pur giocando il rugby migliore e con la Nazionale, come detto prima, quasi tutta targata Rugby Roma.
Quarto posto (su dieci squadre) nel 1951/1952 con tante novità: Mario Foschi è il nuovo allenatore dopo le dimissioni di Farinelli, ritorna Paolo Rosi e in campo vanno i giovani Mario Giorgi, Gonario Manca, Giancarlo Barzanti, Sergio Silvestri, tutti provenienti dalla Stella Azzurra come l’anno precedente era stata la volta di Leonardo Riccioni. Silvano Tartaglini lascia Roma per L’Aquila e si presenta l’occasione per Foschi di lanciare Franco Perrini figlio di Giovanni e Candida, i custodi dell’Acquacetosa. I bianconeri alternano, come sta divenendo una costante, acuti (vedi la citata tournèe nel Regno Unito e in Francia) a stecche dovendo, oltretutto, fare i conti con una…crisi di vocazioni che porta il direttore sportivo Lamberto Puecher addirittura a scendere in campo e che costringe la società a dare un doloroso forfait nell’ultimo impegno stagionale a Brescia. Lo scudetto lo vince il Rovigo e complice anche il declino dell’Amatori Milano si assiste alla rivincita della provincia sulle squadre metropolitane.
Altro quarto posto nel 1952/1953 con i bianconeri (che avevano Umbertone Silvestri nella duplice veste di allenatore giocatore e giovani rampanti come Lucio Curti, Mimmo Palmara e i fratelli Latessa) prima in testa alla classifica e poi estromessi dalla lotta per il titolo dopo il “pasticciaccio” a L’Aquila. In Abruzzo durante la partita, la Roma, per preservare i propri dirigenti e la squadra riserve dalle … intemperie non certo climatiche, invade la tribuna e …pacificati gli animi ritorna in campo per continuare e vincere l’incontro. Risultato in un primo tempo omologato e poi cancellato con ripetizione del match. Tre mesi dopo (e squalifiche, più o meno lunghe, per Buby Farinelli, Giorgio Martini e Romano Gabrielli) uno scandaloso arbitraggio del rodigino Piva (designazione quanto mai inopportuna con il Rovigo in lizza per lo scudetto, che poi vincerà) fa perdere ai romani l’aggancio alla zona di vertice. E’ l’ennesimo campionato che Roma butta via e da questo momento in poi si parlerà più di retrocessione che di scudetto!
Come nella stagione 1953/54 affrontata con i…resti dello squadrone che fu, con un  nuovo presidente, Domenico Arrivabene al posto di Renzo Nostini, e con un nuovo allenatore, Romano Bonifazi, aiutato da Sergio Barilari di ritorno dalla Francia, invece di Silvestri. Sono pochi i bianconeri rimasti (Rosi, Marini, Farinelli, De Santis, Dari, Grasselli, Cambise) di queli che firmarono l’epopea del finire degli anni Quaranta. Sul finire del torneo la Roma ripete la brutta figura del ’52 quando non si presentò ad una partita: questa volta la rinuncia è addirittura doppia, prima a Trieste e poi a Padova. La classifica finale non può che risentire di ciò: sesto posto e, al momento, peggior piazzamento degli ultimi sette campionati! Dato emblematico della salute del club anche se nei due successivi tornei sarebbe andata addirittura ancora peggio con un penultimo ed un ultimo posto.
Al termine di quel campionato ci fu l’irrompere nel panorama cittadino della sezione rugby dell’A.S. Roma, che si  iscrisse alla serie B potendo contare su un buon numero di… scissionisti bianconeri (tra i quali il dirigente Puecher, Sergio Barilari, che sarà il nuovo allenatore e alcuni big come Marini, Argenti II, Barzanti, Cambise, Curti, De Santis, Duce, Gabrielli III, Giorgi, Grasselli, Lari, Manca, Martini, Palmara, Paolelli, Perrone, Pitorri, Redfern, Silvagni… lasciando così la Rugby Roma in braghe di tela.
Il torneo 1954/55, alla presidenza era tornato Nostini, fu un vero calvario con i resti dei bianconeri (dei vecchi non se ne andarono Cherubini, Dari (che assieme a Foschi e Raffo sarà anche allenatore) Piero Gabrielli , Riccioni, Rossini, Volpe (capitano della squadra), Zaccaria ai quali faranno compagnia gli esordienti Annibaldi, Di Nunzio, Mondelli, Romagnoli, Gianni Gabrielli e i giovani Capasso, Pavia, Perrini, Grà, Ripandelli, Orcel, Caccialanza, Schettino…) che riuscirono a salvarsi in modo incredibile nelle ultime partite. Tre calci di Franco Perrini per il 3-0 a Brescia e per il 6-3 a Roma sul Rho, una meta di Piero Gabrielli per la vittoria a Milano e netto successo sul Treviso con meta (sic!) di Perrini che aveva lasciato a Dari il compito di  piazzare due bordate tra i pali veneti assicurarono ai capitolini il penultimo posto, lontanissimo 23 punti dai campioni del Parma!
Nella stagione 1955/56, quella del doppio derby con l’A.S. Roma perso all’andata 8-0 e al ritorno 6-0, i bianconeri, che avevano buttato in campo Felicetti, Catucci, “Chan Fu” Yoticasthyra, Spinozzi, Mondelli, che sarà poi presidente della FIR, Volpato, terminarono…all’ultimo posto e si salvarono solo perché la Federazione, per ristrutturare i campionati, aveva bloccato le retrocessioni.
Ma l’epilogo amaro era dietro l’angolo: ancora una salvezza sofferta con un penultimo posto nel 1956/57, la stagione della fusione con la Stella Azzurra, dell’abbandono di Nostini e Silvestri e di Italo Lo Cascio nuovo presidente. Si cominciò con Farinelli allenatore, Cherubini e Zaccaria ancora in campo e la solita infornata di giovani: Ricceri, i fratelli Fascetti, Farroni, Ungaro, Reviglio. Nel derby d’andata con l’AS Roma, vinto dai giallorossi 19-3, ci fu allo Stadio Torino l’ invasione di tribuna dell’arbitro Bracaglia, piccato dai troppi improperi dei tifosi, partita sospesa e poi ricominciata non prima di un intenso regolamento di conti tra le due squadre romane. Qualche sprazzo, come la vittoria nel derby (con cinque squadre in serie A erano numerose le stracittadine) con la Lazio, che era capolista del girone in quanto non c’era più il girone unico ma quattro sottogruppi, come l’impresa a Napoli con la Partenope ma anche le sconfitte con San Gabriele e Frascati chiusero già a febbraio (la Roma non si qualificò lasciando spazio a giallorossi e biancocelesti) un’annata decisamente grigia che a fine gennaio, dopo il k.o. in casa con il Frascati, aveva visto la dirigenza bianconera esonerare Farinelli sostituito da Leonardo Riccioni, Enrico Altea e dallo stesso presidente Italo Lo Cascio. Alcuni dei giocatori fedeli a Buby (Catucci, Yothicasthyra, Fascetti, Ripandelli, Spinozzi) contestarono l’allontanamento dell’allenatore e…salirono sull’Aventino.
Il campionato 1957/1958, quello che doveva vedere per l’ultima volta la Rugby Roma impegnata in attività senior, si aprì con la defezione di Franco Perrini che resistette alla mozione dei sentimenti e per rincorrere il famoso posto in banca si accasò al Cus Roma mentre Gabrielli IV andò alla Lazio. Enrico Altea, uno e trino perché assommava in sé le figure di vicepresidente, allenatore, direttore sportivo, recuperò Felicetti dai giallorossi, fece arrivare dal Cus Roma Reviglio e promosse in prima squadra parecchi “cicognini”, così detti perchè giocavano in giovanile nella Coppa Cicogna: Micheletta, Barbieri, Panizzi e Suardi detto “Eolo”. Dei vecchi erano rimasti solamente Paolo Dari e Riccardo Capasso, ma non era più tempo di miracoli e la Roma arrivò all’ultimo posto prendendosi solamente la magra consolazione di battere (fu l’unica vittoria stagionale contro tredici sconfitte) finalmente l’A.S. Roma e togliere così ai giallorossi la qualificazione alla fase scudetto.



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